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“FIN CHE LA BARCA VA”

“BARCA DELLA SPERANZA”

 

Le mie sculture compongono il racconto dei viaggi di coloro che fuggono da una terra ostile sperando di sopravvivere e sperando di raggiungere una terra che sia la nuova vita.

Ho posto le mie sculture sopra un tappeto rosso. Al centro ho collocato una figura femminile per metà bianca e per metà nera a cui assegno il valore simbolico dei diversi popoli che si incontrano.

A destra sono poste le sculture delle figure umane e le forme che ho dato alle barche. Le figure umane partono e hanno i corpi con le braccia abbassate perché esprimano il loro smarrimento per il futuro. La installazione contiene forme di sassi e placche di terracotta dipinta con i colori che ho scelto per esprimere acqua e terra.

Le mie barche e le mie figure umane, ho voluto plasmarle in modo che si presentino come forme spezzate. Concettualmente una sintesi estrema che sia essa stessa a suggerire attraverso la visione il completamento soggettivo dell’osservatore. Con queste forme spezzate intendo riferirmi ad una speranza che è un salto nel vuoto e che deve ancora accadere. Dentro la barca le figure hanno le braccia tese e aperte sperando nel futuro.

A sinistra della installazione ho voluto immaginare un esito vincente e ho quindi plasmato figure con braccia al cielo giunte sulla terra sperata.

Le sculture sparse in disordine drammatico restano presenti come corpi morti e straziati dal mare.

Nel contesto di un casuale e complesso sviluppo in cui la speranza può diventare morte.

 

L’EQUILIBRIO

 

L’EQUILIBRISTA

Un piacere effimero

lo spostamento dei capelli,

osservare le punte degli alberi,

seguire la corrente,

lo scricchiolio delle foglie,

i brividi caldi.

Sono equilibrista

sul filo della vita,

quel filo sottile

appeso lì lì,

lì davanti a me.

Mi sento volteggiare addosso

il vento della prosperità,

susseguito dal vortice del declino.

Si oppone l’ebbrezza dell’onore

all’uragano del disonore,

incontro il maestrale

della lode,

il tifone del biasimo.

Attraverso la tempesta della sofferenza

e il venticello del piacere.

Questi venti compaiono, scompaiono,

temprano,

organizzano

il mio equilibrio,

le cause della vita,

mi insegnano

a camminare

su quel filo

sottile

proteso sulla mia oscurità.

 

 

MI SPOSTO CON TE

STORIA DI UNA CARECA

Vado, spingo, freno, aggiusto l’andatura, un po’ a destraa e un po’ a sinistra. Abito in un paese con tante salite e tante discese. I primi periodi in cui uscivo e andavo in strada era una difficoltà, mi dovevo far aiutare: strettoie, dossi, buche, marciapiedi, non riuscivo a procedere senza l’aiuto di una persona. Mi sposto su una carrozzina volgarmente chiamata “seggiola a rotelle”, io la chiamo semplicemente “careca”. Vivo in un paese in periferia vicino ad una città sotto un monte, che con fatica si sta inserendo in un contesto sociale nel quale bisogna essere altruisti, rendere possibili l’inserimento di tutti nel quotidiano. Passeggiare, raggiungere un negozio, andare al Municipio, in posta, al bar, il vento, la pioggia ma anche il sole. E’ sempre una fatica girare, percorrere quegli spaziinfinite volte e trovare infiniti ostacoli; vedere, incontrare, buongiorno, salve….. proseguire in un ambiente dove sei cresciuto e non accorgersi di quel momento che è cambiato dal momento precedente. Dalla passeggiata fata un anno prima nello stesso giorno nella stessa ora, il tempo è trascorso come le nostre vite, lo spazio intorno a noi è mutato; una casa a noi cara di ricordi cede il posto ad un palazzo nuovo, grande confortevole. Che bello uscire di casa preocupandosi di prendere il necessario per andare a passeggiare : dalle chiavi della bicicletta al capello per il sole, poio l’ombrello e le sigarette, un avviso postale; che bello cercare di usare la vista, l’olfatto, l’udito, in aiuto alle gambe per dar dar gioia alla vita.

 

VOLERE VOLARE

 

Passeggiare, camminare mentre si chiacchera, con uno sguardo perso ma attento a tutto quello che mi circonda. Passeggiare, mente spingo: una parola, un occhio alle buche e l’altro rivolto all’ambiente; vedere le stesse persone, salutare e osservare che quella strada non è conveniente, troppo accidentata, troppi scalini, alcune barriere, allora prendere un’altra via. Fermarsi in ferramenta, attendere che esca il negoziante, passare in piazza, scegliere la passatoia meno ripida…… aspettare Claudio, salire andare in comune, provare ad entrare in assensore. Fermarsi al bar e salutare i ragazzi per poi proseguire la mia passeggiata, quella camminata fatta di spinte, impennate, saluti, parole, curve. Quelle ripetute strade quelle vie, quei posti, visti, rivisti ma sempre differenti nelle stagioni e nelle ore. Un momento diverso nello stesso posto attraverso il tempo sempre presente e mai fermo, quel tempo che attraversa, che scorre come lo sguardo cambia, si evolve.

Quelle strade prima vuote, polverose, ora piene di urla, asfaltate, adornate da palazzi, ricchi di gioia, colmi di solitudine. Quelle passeggiate iniziate in un passato di ricordi e difficoltà, quando avevo bisogno di un aiuto per muovermi, ora sono pieno di forza, di gioia. Vedo il mondo che mutua a Pianoro, il paesino che mi ha ospitato dandomi lo spazio di crescere.

 

 

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